per me, te, ora.
venerdì 17 giugno 2011
MeTeOra
domenica 31 ottobre 2010
biscotti salati alle olive taggiasche
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
Soldati di G. Ungaretti, Bosco di Courton luglio 1918da L'allegria
ingredienti
biscottini salati alle olive taggiasche
* 150g farina * 90g burro * 70g paté di olive taggiasche * 50g parmigiano grattugiato * scorzetta grattugiata di un limone bio
preparazione
1 Lavorate la farina con il burro morbido, il parmigiano e la buccia grattugiata del limone, fino ad ottenere un impasto sbriciolato. Aggiungete uno o due cucchiai d'acqua e formate una palla un po' schiacciata.
2 Stendete l'impasto fino a circa mezzo centimetro di spessore, spalmate con il patè di olive e arrotolate.
3 Avvolgete con la pellicola e tenete al fresco per un paio d'ore. Passato questo tempo, tagliate il rotolo a fette di mezzo cm di spessore, e disponete le rondelle cosi ottenute sopra una teglia rivestita di carta da forno.
4 Cuocete a 180°C per circa 20 minuti o finchè i biscotti non iniziano a dorare. Lasciate raffreddare su una griglia.
ricetta ripresa dal blog di Vanigliaricetta originale di Sigrid Verbert (alias Cavoletto di Bruxelles), Easyfinger - edizioni Gambero Rosso 2009
sabato 13 febbraio 2010
Il pane della vicina armena
Il pane della vicina armena
Sarah Zuhra Lukanic è una scrittrice nata in Croazia nel 1960. Vive a Roma dal 1987.
Mia madre aveva un’amica armena, Tanya Balian, che per Pasqua preparava una grande treccia fragrante, il cui profumo si sentiva per tutte le scale del condominio. Si chiama corég ed è simile al sirnice che si fa in Dalmazia. Solo che il pane pasquale della signora Balian era più buono.
Un popolo che ha vissuto la diaspora ha bisogno di frugare nei ricordi di tutti i membri della comunità per ricomporre la sua storia. Quella armena ha una data indelebile: il genocidio del 1915. A volte l’uscita di un libro o di un film aiuta a rispolverare la memoria collettiva. Ma l’esule non ha bisogno di film o di libri per ricordare. L’esule vive del suo passato e con la forza del ricordo ricostruisce tutti gli incastri.È quello che ha cercato di fare Sonya Orfalian, un’armena nata in Libia e trapiantata a Roma. Sonya è un’artista e per riordinare la diaspora del suo popolo ha scelto di partire dalla cucina. Il libro La cucina d’Armenia (Ponte alle Grazie 2009) raccoglie ricordi, ricette, usanze e consigli: tutto il vissuto di una comunità piccola, complessa e discreta.
La lettera capovolta
L’appuntamento con Sonya è nella sua casa romana alla Magliana. Le pareti sono impreziosite dai suoi quadri, talmente essenziali da sembrare giapponesi. Il pavimento è abbellito da un tappeto che riprende un suo disegno con le lettere dell’alfabeto armeno. Mi racconta che i tessitori l’hanno rimproverata perché per motivi estetici ha capovolto una lettera. Ma Sonya conosce bene l’alfabeto armeno. Ha imparato a leggere la lingua dieci anni fa, prendendo lezioni a casa di un’amica iraniana, anche lei figlia della diaspora armena.Mi racconta anche del suo bisnonno paterno che lavorava in Sudamerica e di suo nonno che si è trasferito a Gerusalemme ai tempi dell’impero ottomano. Suo padre è nato là, mentre sua madre è nata in una comunità di rifugiati armeni ad Aleppo, in Siria. La saga della famiglia Orfalian è poi continuata in Libia, dove Sonya ha frequentato la scuola italiana.In una diaspora così lunga e imprevedibile, una società può sopravvivere solo raccontandosi. Nella diaspora armena la chiesa ha svolto il ruolo dello stato ed è stata un rifugio sicuro per la comunità. Come l’isola di San Lazzaro dei padri mechitaristi a Venezia, che oltre a museo e biblioteca, ospitava una stamperia che riproduceva testi in trentasei lingue. Quando vado a Venezia, dormo al collegio armeno di Moorat Raphael, a Dorsoduro, che in passato è stato un asilo per poeti e scrittori armeni.
L’ingrediente segreto
Poi parliamo degli armeni a Roma, ormai poche migliaia di persone. Il loro punto di riferimento è la chiesa di san Nicola da Tolentino, vicino al Pontificio collegio armeno. La comunità pubblica anche la rivista quindicinale Akhtamar, che si concentra sulla cultura di questo popolo. In Italia esistono comunità armene a Venezia, Milano, Padova e Roma, mentre in passato c’è stata una significativa presenza armena anche a Livorno, Taranto e Bari.Sonya si alza e prende dall’armadio una sua scultura. Ha la forma di una pagnotta ed è fatta di marmo travertino. È come se dentro la scultura fosse impastata tutta la storia del suo popolo. Prima di salutarci le chiedo la ricetta del corég. Mi spiega che bisogna aggiungere all’impasto un cucchiaio di maleppo macinato. È il seme che si trova dentro il nocciolo di un ciliegio selvatico che cresce in oriente. Ecco perché il pane pasquale della signora Balian era così speciale.
Sarah Zuhra LukanicArticolo di Sarah Zuhra Lukanic, tratto dal blog di Internazionale, 12 febbraio 2010.
martedì 10 novembre 2009
Menù antirazzista #2: La società del moussakàs
Helene Paraskeva è una scrittrice nata ad Atene. Vive a Roma dal 1975. Questa è la seconda puntata della sua serie Menù antirazzista.
Per descrivere i processi d’integrazione tra etnie i sociologi usano diverse metafore. Per esempio, la società statunitense, formata da immigrati provenienti da tutto il mondo in epoche diverse e assimilati a un modello culturale unico, era paragonata a un crogiolo, il famoso melting pot. Altri esperti usano la metafora culinaria della salad bowl, l’insalatiera con vari tipi di verdure che, condite insieme, hanno un sapore armonioso.
Anche il moussakàs, piatto completo dal sapore unico (anzi, epico), può essere paragonato a una società in evoluzione, che passa dal modello multiculturale a quello interculturale. Per la preparazione del moussakàs bisogna disporre in una teglia tre strati di cibi differenti, cucinati in maniera diversa. Il primo strato è di melanzane fritte, anche se alcuni usano le patate. Sopra, dopo una spolverata di parmigiano, si mette uno strato di ragù e infine, dopo un’altra spolverata di parmigiano, si aggiunge la besciamella.Il moussakàs è multiculturale perché i suoi ingredienti vengono da diverse parti del mondo. La melanzana è d’origine asiatica, la patata proviene dagli altopiani andini, il pomodoro – che gli aztechi chiamavano tomatl – viene dall’America centrale, il parmigiano è italiano, la besciamella è una salsa raffinata d’ideazione francese e la carne macinata del ragù è la migliore, quella del luogo. L’olio di oliva non può che essere mediterraneo. Quando gli strati sono pronti, si mette tutto in forno per circa mezz’ora.Oltre a essere multiculturale, il moussakàs è l’esempio concreto di una società interculturale. I suoi ingredienti non sono schiacciati, spremuti o pestati. I componenti di questa società comunicano tra loro senza perdere identità, pur essendo di origini diverse. Ogni ingrediente è insaporito dall’olio di oliva, che mette in relazione i diversi sapori e ne facilita la convivenza.Si dice del moussakàs che diventa migliore il giorno dopo la cottura. L’interculturalità è un processo che ha bisogno di tempo per crescere e maturare. Ma, intanto, bisogna cominciare.
Helene Paraskeva
pubblicato su Internazionale n. 819, anno 16, 30 ottobre/5 novembre 2009
(grazie a Helene Paraskeva che ci ha dato la possibilità di pubblicare questo brano sul nostro blog)
Ingredienti (dosi ridotte, per circa 3-4 persone)Preparazione
1. Tagliate la melanzana a dischi e friggetela in olio caldo. Quindi disponete le fette su un po' di carta assorbene.
2. Lavate e nettate le patate, affettatele e friggetele leggermente.
3. Scaldate l'olio e rosolare la cipolla con la carne macinata. Bagnate con il vino e fatelo evaporare; quindi aggiungete il pomodoro tagliato a pezzi, il prezzemolo, sale e pepe e lasciate sobbollire per circa 15 minuti.
4. Stendete le patate in una teglia, conditele con sale e pepe e disponetevi del parmigiano grattato, la carne tritata e uno strato di melanzane.
5. Coprite con la besciamella e lasciate cuocere in forno a calore moderato per circa 30-40 minuti.
Atene Summer Dreams editions.
lunedì 9 novembre 2009
Svolta epocale
Era il 9 novembre 1989, il Muro di Berlino cadeva, dopo 28 anni: una svolta epocale. La caduta del muro aprì la strada alla riunificazione tedesca, che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990.
La divisione della Germania (e di Berlino), in quattro settori controllati e amministrati da Unione Sovietica, Stati Uniti d'America, Regno Unito e Francia, fu sancita nel 1945 dalla conferenza di Yalta.
Inizialmente ai cittadini di Berlino era permesso di circolare liberamente tra tutti i settori, ma con lo sviluppo della Guerra Fredda i movimenti vennero limitati; il confine tra Germania Est e Germania Ovest venne chiuso nel 1952. Per fermare la fuga dei cittadini di Berlino dalla dittatura, il regime comunista della Germania Est iniziò la costruzione di un muro attorno ai tre settori occidentali nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 a Berlino Est.Durante il periodo di esistenza del muro vi furono circa 5000 tentativi di fuga coronati da successo verso Berlino Ovest. Nello stesso periodo varie fonti indicano in un numero compreso tra 192 e 239 i cittadini della Germania Est uccisi dalle guardie mentre tentavano di raggiungere l'ovest e molti altri feriti.
Il 9 novembre 1989, durante una conferenza stampa, Günter Schabowski, Membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR, annunciò che tutti i berlinesi dell’Est avrebbero potuto attraversare il confine con un appropriato permesso, ma non avendo ricevuto altre informazioni in merito, alla domanda del giornalista Riccardo Ehrman, che chiese da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore, Schabowski cercò inutilmente una risposta nella velina del Politburo, ma non avendo un'idea precisa, azzardò: "Per quanto ne so immediatamente".
Decine di migliaia di berlinesi dell’Est avendo visto l’annuncio di Schabowski in diretta alla televisione, si precipitarono in strada, inondando i checkpoint e chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine, sorprese, iniziarono a tempestare di telefonate i loro superiori, ma era ormai chiaro che non era più possibile rimandare indietro tale enorme folla vista la mancanza di equipaggiamenti atti a sedare un movimento di tali proporzioni. Furono allora costrette ad aprire i checkpoint e, visto il gran numero di berlinesi, nessun controllo sull’identità fu eseguito. Gli estasiati berlinesi dell’Est furono accolti in maniera festosa dai loro fratelli dell’Ovest, spontaneamente i bar vicini al muro iniziarono a offrire birra gratis per tutti. Il 9 novembre è quindi considerata la data della caduta del Muro festeggiata con il mega concerto di Roger Waters (ex bassista dei Pink Floyd) con l'esecuzione di The Wall dal vivo.
Nei giorni e settimane successive molte persone accorsero al muro per abbatterlo e staccarne dei souvenir: queste persone furono chiamate Mauerspechte (in tedesco significa letteralmente "picchi del muro"). Il 18 marzo 1990 furono tenute le prime e uniche libere elezioni della storia della Repubblica Democratica Tedesca; esse produssero un governo il cui principale mandato era quello di negoziare la fine stessa dello Stato che rappresentavano.
La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990 (questa è la data designata per il "Giorno della riunificazione"), quando i cinque stati federali (Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia), già esistenti nella Repubblica Democratica Tedesca ma aboliti e trasformati in Province, si ricostituirono e aderirono formalmente alla Repubblica Federale di Germania (Germania Ovest).
tratto da Wikipedia
Per celebrare l'anniversario della caduta del muro, vi invitiamo ad ascoltare questo bellissimo racconto di Andrea Camilleri intitolato L’uomo che aveva paura del genere umano, quasi una fiaba, che riesce benissimo a descrivere la stupidità dei muri (che purtroppo vengono ancora innalzati) e delle divisioni che essi rappresentano (e letto da lui è ancora più bello!).
Questo racconto fa parte di "un progetto internazionale della casa editrice Orecchio Acerbo, del Goethe-Institut e di numerosi istituti di cultura e partner in Italia e in Europa" che raccoglie (in un libro intitolato "1989") i racconti di 10 scrittori europei e le illustrazioni di Henning Wagenbreth contro "il tetro grigiore dei muri".
Sul sito si possono ascoltare (in lingua originale) la maggior parte delle storie, mentre sul Il Messaggero.it è pubblicato il racconto di Camilleri.
VerA&SiLviA
martedì 3 novembre 2009
Menù antirazzista: Mi offri un mezés?
Helene Paraskeva (che ringrazio moltissimo per avermi dato la possibilità di ripubblicare la sua rubrica qui sul nostro blog) è una scrittrice nata ad Atene che vive a Roma da molti anni, nella breve biografia tratta dal suo sito si descrive, molto poeticamente, così:
"[...] Spesso mi smarrisco nei crocevia dell’identità migrante ma ogni volta scopro di poter recuperare una parte di me stessa raccontando storie. Sono storie di partenze, di approdi, di smarrimenti, di ritorni e ritrovamenti. Storie di viaggi diversi."
L'idea di questa rubrica è davvero bella: si tratta di metafore culinarie per parlare di integrazione. Cosa c'è di meglio per conoscersi che sedersi allo stesso tavolo e condividere sapori e profumi, scoprendo le nostre differenze e le radici che ci accomunano?
Ecco qui la prima portata del menù antirazzista che sono felice di poter riproporre anche ai lettori del nostro blog:
Menù antirazzista: Mi offri un mezés?
Helene Paraskeva è una scrittrice nata ad Atene. Vive a Roma dal 1975. Questa è la prima puntata della sua serie Menù antirazzista.
Mezés è un gioco gastronomico e conviviale. Non si riferisce a un piatto in particolare, non è un pasto completo e non serve tanto a saziare quanto a socializzare e condividere.
Può essere una cosa semplice, come olive e formaggio, o più sofisticata, come gli involtini di pasta sfoglia con formaggio o carne, le foglie di vite ripiene di riso, le polpette o crocchette di carne o vegetariane. C’è anche il mezés di mare: pesciolini, calamari, crostacei fritti o cotti sulla brace, frutti di mare, polpi essiccati al sole e grigliati.Secondo alcuni il termine mezés viene dalla parola greca misòs (mezzo), perché di solito si consuma lontano dai pasti principali. È un gesto d’ospitalità praticato fin dai tempi di Omero, che oggi è diventato di moda perché si adatta a uno stile di vita più veloce, curioso e attento alla qualità del cibo. Le sue caratteristiche principali sono la varietà, le porzioni ridotte e, a volte, anche la sorpresa.Secondo un’ingegnosa definizione di ispirazione architettonica, la cucina italiana ha una struttura verticale mentre altre cucine si sviluppano orizzontalmente. E così i vari piatti di mezés si servono a tavola contemporaneamente. La condivisione dei piaceri della vista e dell’olfatto – prima ancora che del palato – scatena commenti e scambi di opinioni e ricordi. La vera finalità del mezés è stimolare l’appetito e l’allegria.Come scrive Andrew Dalby in Siren feasts (una ricerca storica sulla gastronomia classica attraverso i testi antichi) in passato il mezés si chiamava pròpoma, cioè “prima del bere”, perché il vino si consumava prima del pasto. Supponiamo che un giorno, durante un pranzo in famiglia, arrivi un amico, un vicino di casa o un collega che, trovandoci a tavola, chiarisce imbarazzato che non è venuto per mangiare. L’usanza di offrire all’ospite improvviso un mezés allontana ogni disagio. Basta presentarlo con fantasia perché l’offerta è fatta a Giove, protettore dello straniero. In questo senso, l’ospite è “sacro”.Al di là dei dogmi e delle differenze di pensiero, la condivisione del cibo è un concetto fondamentale per molte religioni. Che si oppone alla xenofobia. È l’accoglienza dello xenos, lo straniero, l’alieno, l’italieno.Helene Paraskeva
pubblicato su Internazionale n. 818, anno 16, 23/29 ottobre 2009
Approfitto di questo post per offrirvi un mezés a modo mio, a base di
Ingredienti
* 250g di feta * 10 sfoglie sottilissime (io ho usato della pasta sfoglia, ma forse la ricetta intende pasta fillo?) * 1 tazza di burro fuso * 2 uova un po' di menta tritata * un po' di pepe
Preparazione
Schiacciate la feta con una forchetta e unite le uova sbattute, la menta e il pepe. Tagliate le sfoglie in quadrati di circa 6cm di lato, spalmarle una ad una con il burro e mettete un po' di ripieno in un angolo di ciascuna. Richiudete le sfoglie a triangolo e disponetele in una teglia; cuocete a 200ºC per circa 20 minuti.
ricetta tratta da "300 ricette tradizionali della cucina greca",
Atene Summer Dreams editions.
* Alici al forno (gavros sto fourno) *
* Tzatziki *
* Polpettine di zucchine (Kolokithokeftedes) *

giovedì 8 ottobre 2009
Due giorni d'estate a Madrid

Non mi sembrava vero sentire il calore del sole, vedere la gente per strada fino a tardi...




Insomma una boccata d'aria per poter ricominciare con più energia!
* SABATO 10 Ottobre 2009: | * SABATO 17 Ottobre 2009: Manifestazione nazionale NO AL RAZZISMO. qui potete trovarne il manifesto |
giovedì 17 settembre 2009
Pesto cetarese "fai da te"

In cerca di un pesto originale mi sono imbattuta nel pesto alla cetarese descritto da Katia e, data la mia passione per le alici, ho deciso di provarlo subito. Purtroppo qui in Svizzera la colatura di alici non è facilmente reperibile, ma qualche settimana fa avevo fatto le acciughe sotto sale e il liquido che se ne ricava è qualcosa di molto simile, quindi ho deciso di utilizzare quello e fare una versione casalinga del pesto!
* olio extravergine d'oliva
* basilico
* prezzemolo
* pinoli
* mandorle
* 1 spicchio d'aglio
* capperi
* olive verdi e nere
* peperoncino
* 1 o 2 cucchiai di colatura di alici
Pestate nel mortaio (o frullate nel mixer) tutti gli ingredienti e aggiungete alla fine la colatura: un cucchiaio per volta, poi assaggiate ed eventualmente aggiungere un altro cucchiaio.
Questo post è un po' vecchio, ma non lo avevo più pubblicato... qui ormai l'autunno è arrivato, le temperature sono scese, il cielo è grigio e tutto sembra rispecchiare l'inquietudine di questo brutto periodo, ma questo è un blog di cucina, ricette e appunti di momenti da ricordare, quindi non c'è posto per i pensieri cupi e l'angoscia.
Nei prossimi giorni pubblicherò qualche post che avevo lasciato indietro, come questo, ma forse mi ci vorrà un po' per riprendere il ritmo con il consueto entusiasmo. Cercherò di non lasciare troppo spazio vuoto, anzi adesso ho proprio bisogno di riempire tutto questo vuoto il più possibile.

martedì 18 agosto 2009
Pace e amore
“Questo è il mio quadrifoglio, quello che dovrebbe portare fortuna a tutti per tutto, ma io vorrei che portasse fortuna almeno per l’amore, che è la cosa più importante di tutto, perché se c’è l’amore si può parlare e capire e allora sciogliere le guerre come brutte bolle di sapone, e lasciare soltanto belle dolci lucenti bolle di sapone iridescenti di speranze, di attese, di sogni, le bolle fragilissime che permettono di vivere, finché un respiro sbagliato le frantuma, e vivere diventa così, così, così difficile”.
sabato 4 luglio 2009
È passato un altro anno!
Tante cose sono cambiate in questo tempo e, prima di tutto, il mio rapporto con questa piccola strana nazione, aperta e moderna per certi aspetti e molto provinciale per altri.
In questi due anni ho conosciuto un sacco di persone da ogni parte del mondo. Ogni mattina in tram sento parlare decine di lingue diverse, a volte mescolate assieme nello stesso discorso; per strada ci sono tanti bambini figli di razze e culture lontane, ma che in fondo sono proprio come i bambini svizzeri. Tutti qui sanno parlare almeno due lingue, anche i più anziani e capita spesso che attacchino bottone per strada o sui mezzi pubblici, anche con noi stranieri.
Tutti sono molto patriottici e mettono bandierine rosse e bianche dappertutto, anche sugli oggetti più improbabili. È un paese strano, controverso, a volte contradditorio, che va capito.
Adesso, dopo due anni, credo di aver imparato ad apprezzare questo piccolo strano paese e la sua gente seria e ordinata, ma anche un po' pazza.
Dürrenmatt in un suo racconto parla di un commissario svizzero che ha uno stanzino accanto all'ufficio completamente in disordine e commenta:
"Regnava sempre un disordine spaventoso in quella stanza, non voglio negarlo; libri e pratiche ammucchiati alla rinfusa, per principio si capisce, perché sono dell'opinione che in questo Stato così ordinato ciascuno ha il dovere di crearsi delle piccole isole di disordine, sia pure di nascosto." [F. Dürrenmatt, La promessa (das Versprechen), traduzione di S. Daniele, Einaudi editore]
Credo che questo rispecchi molto la Svizzera, ordinata e pulita, ma in fondo mai banale, sempre con un lato creativo e un po' sopra le righe!
Per festeggiare i miei primi due anni nella patria del cioccolato e la mia faticosamente conquistata armonia con essa, allego al post qualche foto delle splendide colline attorno al mio paese... Qui quando c'è il sole i colori sono bellissimi e sembra un po' di passeggiare in un quadro di Van Gogh...



giovedì 21 maggio 2009
Mille papaveri rossi e... un bicchiere di vino

... fra i campi di papaveri...
Quindi approfitto di questo post "vacanziero" per copiare sul blog un'altra poesia di Pablo Neruda dedicata ai piaceri del palato:
| Oda al vino Vino color de día, vino color de noche, vino con pies de púrpura o sangre de topacio, vino, estrellado hijo de la tierra, vino, liso como una espada de oro, suave como un desordenado terciopelo, vino encaracolado y suspendido, amoroso, marino, nunca has cabido en una copa, en un canto, en un hombre, coral, gregario eres, y cuando menos, mutuo. A veces te nutres de recuerdos mortales, en tu ola vamos de tumba en tumba, picapedrero de sepulcro helado, y lloramos lágrimas transitorias, pero tu hermoso traje de primavera es diferente, el corazón sube a las ramas, el viento mueve el día, nada queda dentro de tu alma inmóvil. El vino mueve la primavera, crece como una planta la alegría, caen muros, peñascos, se cierran los abismos, nace el canto. Oh tú, jarra de vino, en el desierto con la sabrosa que amo, dijo el viejo poeta. Que el cántaro de vino al beso del amor sume su beso. Amor mio, de pronto tu cadera es la curva colmada de la copa, tu pecho es el racimo, la luz del alcohol tu cabellera, las uvas tus pezones, tu ombligo sello puro estampado en tu vientre de vasija, y tu amor la cascada de vino inextinguible, la claridad que cae en mis sentidos, el esplendor terrestre de la vida. Pero no sólo amor, beso quemante o corazón quemado eres, vino de vida, sino amistad de los seres, transparencia, coro de disciplina, abundancia de flores. Amo sobre una mesa, cuando se habla, la luz de una botella de inteligente vino. Que lo beban, que recuerden en cada gota de oro o copa de topacio o cuchara de púrpura que trabajó el otoño hasta llenar de vino las vasijas y aprenda el hombre oscuro, en el ceremonial de su negocio, a recordar la tierra y sus deberes, a propagar el cántico del fruto. | Ode al vino Vino color del giorno, vino color della notte, vino con piedi di porpora o sangue di topazio, vino, stellato figlio della terra, vino, liscio come una spada d’oro, morbido come un disordinato velluto, vino inchiocciolato e sospeso, amoroso, marino, non sei mai presente in una sola coppa, in un canto, in un uomo, sei corale, gregario, e, quanto meno, scambievole. A volte ti nutri di ricordi mortali, sulla tua onda andiamo di tomba in tomba, tagliapietre del sepolcro gelato, e piangiamo lacrime passeggere, ma il tuo bel vestito di primavera è diverso, il cuore monta ai rami, il vento muove il giorno, nulla rimane nella tua anima immobile. Il vino muove la primavera, cresce come una pianta di allegria, cadono muri, rocce, si chiudono gli abissi, nasce il canto. Oh, tu, caraffa di vino, nel deserto con la bella che amo, disse il vecchio poeta. Che la brocca di vino al bacio dell’amore aggiunga il suo bacio Amor mio, d’improvviso il tuo fianco è la curva colma della coppa il tuo petto è il grappolo, la luce dell’alcol la tua chioma, le uve i tuoi capezzoli, il tuo ombelico sigillo puro impresso sul tuo ventre di anfora, e il tuo amore la cascata di vino inestinguibile, la chiarità che cade sui miei sensi, lo splendore terrestre della vita. Ma non soltanto amore, bacio bruciante e cuore bruciato, tu sei, vino di vita, ma amicizia degli esseri, trasparenza, coro di disciplina, abbondanza di fiori. Amo sulla tavola, quando si conversa, la luce di una bottiglia di intelligente vino. Lo bevano; ricordino in ogni goccia d’oro o coppa di topazio o cucchiaio di porpora che l’autunno lavorò fino a riempire di vino le anfore, e impari l’uomo oscuro, nel cerimoniale del suo lavoro, e ricordare la terra e i suoi doveri, a diffondere il cantico del frutto. |
Ode al vino e altre odi elementari
Traduzione di Giovanni Battista De Cesare
sabato 16 maggio 2009
Pizzette alle sardine
[...] che cos' è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell'odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità. Sembra.Leonardo Sciascia, 4 novembre 1978
Per addolcire un po' il tono del post, passo subito alla ricetta. Sabato scorso, cercando di svelare il mistero delle sardelle-sardine-sardoni, mi sono imbattuta in questo sito di ricette istriane e ho trovato un sacco di idee interessanti (anche se a volte non tradotte perfettamente in italiano). Ho deciso di provare subito queste pizzette di sardine, come una variante alla mia pizza domenicale. Ho seguito la ricetta, ma ho sostituito la pasta della pizza fatta in casa alla pasta sfoglia.

* pasta per la pizza (per prepararla trovate la ricetta qui, aggiungendo mezzo cucchiaino di miele al lievito, un trucchetto che ho scoperto qui)
* 1 scatola di sardine
* formaggio grattuggiato (io ho usato il pecorino)
* salsa di pomodoro
* 1 cucchiaino di origano (ho messo anche un po' di timo della mia piantina)
Preparazione
2 Su ognuno spalmate la salsa di pomodoro e aggiungete dei pezzettini di sardine pulite (dalle squame e dalla lisca). Aggiungete formaggio grattugiato e l'origano.
3 Ponete le pizzette così preparate su una teglia oliata o ricoperta di carta da forno e infornate. Lasciate in forno, alla temperatura a 200º per circa 15 minuti.
sabato 7 febbraio 2009
oggi cucina chiusa per indignazione...
Abitualmente ci occupiamo solo di cucina in questo blog, ma l'indignazione che provo davanti a queste pagine mi fa passare ogni desiderio di mettermi ai fornelli e di mangiare.
Quindi in questa giornata di "digiuno virtuale" in cui mi sento così offesa come cittadina, e così impotente davanti alle gravi ingiustizie e prevaricazioni di cui è vittima la nostra sgangherata democrazia (e purtroppo non soltanto lei), mi limito a segnalare, per quanto possa servire, questo appello di Libertà e Giustizia pubblicato sul sito Repubblica.it per la difesa della democrazia...

Nella speranza che le nostre parole non si perdano nel vuoto di una società e di una classe politica senza coscienza...
... come mai la Chiesa non trova niente di stridente con la carità cristiana in questa nuova proposta del Governo???...
giovedì 5 giugno 2008
La sconfitta della lingua
Silvia
PS: scusa Gio' se ti tolgo il gusto di leggerlo...
Le foto invece sono mie (Trieste e Milano)
domenica 25 maggio 2008
Voci, Kostantinos Kavafis
di quelli che morirono, di quelli
che per noi sono persi come i morti.
Talora esse ci parlano nei sogni,
e le sente talora tra i pensieri la mente.
Col loro suono, un attimo ritornano
suoni su dalla prima poesia della vita -
come musica, a notte, che lontanando muore.
sabato 3 maggio 2008
Itaca, Kostantinos Kavafis
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
i più cucinati della settimana
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Quando Vera è venuta a trovarci la scorsa settimana siamo andate un giorno a Ginevra. Una limpida e gelida giornata trascorsa a passeggiare...
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Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie Soldati di G. Ungaretti, Bosco di Courton luglio 1918 da L'allegria Sarà ...
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Un altro ricordo appetitoso della nostra vacanza nei Paesi Baschi è la Mamia : si tratta di una cagliata di latte di pecora servita in un b...
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Oggi sono tornata a casa moooolto prima del solito... A dir la verità, son talmente abituata a fare tardi al lavoro, che essere a casa alle ...
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Ma è davvero ferragosto? Le temperature rigide e la pioggia torrenziale di questi giorni me lo hanno fatto dimenticare! Per fortuna sabato ...
ipse dixit...
- meglio un asino vivo che un dottore morto! (zia laura)
- quel che non strangola... ingrassa! (zia laura)
- non ti curar di lor, ma guarda e passa (dante alighieri)
- the most important thing is to enjoy life - to be happy - that's all that matters (Audrey Hepburn)
- ho imparato tante cose qui... non solo a cucinare, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare... (dal film Sabrina)
- ergastolo in vita! ai lavori "sforzati"! (zia laura)
- "calandra" (cioè cassandra), verace sempre, creduta mai... (zia laura)
- tutti i nodi vengono al petto (laura)
gocce di rugiada
- one step at the time
- siamo qua tre giorni con ieri l'altro
- chi semina vento raccoglie tempesta
- chi semina raccoglie
- chi si ferma è perduto
- tutto il mondo è paese
- meglio soli che male accompagnati
- meglio tardi che mai...
- aiutati che il ciel t'aiuta
- finché c'è vita c'è speranza
- cuor contento ciel l'aiuta!
- gratis et amore dei
- via il dente, via il dolore!
- chi si accontenta, gode!
- sursum corda!











