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domenica 31 ottobre 2010

biscotti salati alle olive taggiasche

 
 
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie

Soldati di G. Ungaretti, Bosco di Courton luglio 1918
da L'allegria

autunno


Sarà per i colori fuori dalla finestra, o sarà soprattutto per alcuni pensieri di questi giorni, ma continua a tornarmi in mente questa poesia di Ungaretti che avevo letto  la prima volta alle scuole medie, se non addirittura alle elementari, e che ho sempre ricordato nel tempo (forse anche perché mi fa ripensare ad una cosa che diceva sempre mio nonno e che da piccola non capivo abbastanza).

* + * + * + * + *


Passando ad argomenti più frivoli e attinenti alla cucina, sul blog di Rossella ho trovato la ricetta di questi biscottini salati alle olive taggiasche, ripresa dal libro sul fingerfood di Cavoletto e l'ho subito provata: sarebbero ottimi anche serviti assieme ai frollini al parmigiano di Erborina come aperitivo.


biscottini salati alle olive taggiasche
biscottini salati alle olive taggiasche
ingredienti

* 150g farina * 90g burro * 70g paté di olive taggiasche * 50g parmigiano grattugiato * scorzetta grattugiata di un limone bio



preparazione 

1 Lavorate la farina con il burro morbido, il parmigiano e la buccia grattugiata del limone, fino ad ottenere un impasto sbriciolato. Aggiungete uno o due cucchiai d'acqua e formate una palla un po' schiacciata.

2 Stendete l'impasto fino a circa mezzo centimetro di spessore, spalmate con il patè di olive e arrotolate.

3 Avvolgete con la pellicola e tenete al fresco per un paio d'ore. Passato questo tempo, tagliate il rotolo a fette di mezzo cm di spessore, e disponete le rondelle cosi ottenute sopra una teglia rivestita di carta da forno.

4 Cuocete a 180°C per circa 20 minuti o finchè i biscotti non iniziano a dorare. Lasciate raffreddare su una griglia. 

ricetta ripresa dal blog di Vaniglia
ricetta originale di Sigrid Verbert (alias Cavoletto di Bruxelles), Easyfinger - edizioni Gambero Rosso 2009

sabato 13 febbraio 2010

Il pane della vicina armena

Stamattina, appena prima di alzarmi, ho sognato Trieste e la nostra casa vicino al giardino pubblico: i suoi soffitti alti, i muri rosa, la luce del sole calda che filtrava dalle fessure un po' irregolari della persiana e il rumore della città che entrava nelle stanze appena aprivi le finestre dai vetri antichi e storti. 
 
Qui invece la luce che entra dalle finestre stamattina è un po' freddina, fuori nevica ancora e viene voglia di restare sotto le coperte. Se apri le finestre entra solo il silenzio avvolgente della neve e del sabato svizzero e sonnacchioso.

Ancora un po' addormentata, sotto le coperte e con il pensiero ancora un po' a Trieste, le prime due cose che ho letto stamattina mi hanno messo di buon umore: questo bellissimo post di Nina che parla di gatti che salgono sugli alberi e non hanno nessuna intenzione di scendere e di una nonna che entra in casa dalla finestra; e questo articolo di Internazionale che fa parte della rubrica "Nuovi Italiani" (fra le mie preferite!). Visto che si tratta di un racconto un po' culinario, lo riporto anche qui sul blog. Buon weekend a tutti!

Il pane della vicina armena

Sarah Zuhra Lukanic è una scrittrice nata in Croazia nel 1960. Vive a Roma dal 1987.

Mia madre aveva un’amica armena, Tanya Balian, che per Pasqua preparava una grande treccia fragrante, il cui profumo si sentiva per tutte le scale del condominio. Si chiama corég ed è simile al sirnice che si fa in Dalmazia. Solo che il pane pasquale della signora Balian era più buono.
Un popolo che ha vissuto la diaspora ha bisogno di frugare nei ricordi di tutti i membri della comunità per ricomporre la sua storia. Quella armena ha una data indelebile: il genocidio del 1915. A volte l’uscita di un libro o di un film aiuta a rispolverare la memoria collettiva. Ma l’esule non ha bisogno di film o di libri per ricordare. L’esule vive del suo passato e con la forza del ricordo ricostruisce tutti gli incastri.
È quello che ha cercato di fare Sonya Orfalian, un’armena nata in Libia e trapiantata a Roma. Sonya è un’artista e per riordinare la diaspora del suo popolo ha scelto di partire dalla cucina. Il libro La cucina d’Armenia (Ponte alle Grazie 2009) raccoglie ricordi, ricette, usanze e consigli: tutto il vissuto di una comunità piccola, complessa e discreta.
La lettera capovolta
L’appuntamento con Sonya è nella sua casa romana alla Magliana. Le pareti sono impreziosite dai suoi quadri, talmente essenziali da sembrare giapponesi. Il pavimento è abbellito da un tappeto che riprende un suo disegno con le lettere dell’alfabeto armeno. Mi racconta che i tessitori l’hanno rimproverata perché per motivi estetici ha capovolto una lettera. Ma Sonya conosce bene l’alfabeto armeno. Ha imparato a leggere la lingua dieci anni fa, prendendo lezioni a casa di un’amica iraniana, anche lei figlia della diaspora armena.
Mi racconta anche del suo bisnonno paterno che lavorava in Sudamerica e di suo nonno che si è trasferito a Gerusalemme ai tempi dell’impero ottomano. Suo padre è nato là, mentre sua madre è nata in una comunità di rifugiati armeni ad Aleppo, in Siria. La saga della famiglia Orfalian è poi continuata in Libia, dove Sonya ha frequentato la scuola italiana.
In una diaspora così lunga e imprevedibile, una società può sopravvivere solo raccontandosi. Nella diaspora armena la chiesa ha svolto il ruolo dello stato ed è stata un rifugio sicuro per la comunità. Come l’isola di San Lazzaro dei padri mechitaristi a Venezia, che oltre a museo e biblioteca, ospitava una stamperia che riproduceva testi in trentasei lingue. Quando vado a Venezia, dormo al collegio armeno di Moorat Raphael, a Dorsoduro, che in passato è stato un asilo per poeti e scrittori armeni.
L’ingrediente segreto
Poi parliamo degli armeni a Roma, ormai poche migliaia di persone. Il loro punto di riferimento è la chiesa di san Nicola da Tolentino, vicino al Pontificio collegio armeno. La comunità pubblica anche la rivista quindicinale Akhtamar, che si concentra sulla cultura di questo popolo. In Italia esistono comunità armene a Venezia, Milano, Padova e Roma, mentre in passato c’è stata una significativa presenza armena anche a Livorno, Taranto e Bari.
Sonya si alza e prende dall’armadio una sua scultura. Ha la forma di una pagnotta ed è fatta di marmo travertino. È come se dentro la scultura fosse impastata tutta la storia del suo popolo. Prima di salutarci le chiedo la ricetta del corég. Mi spiega che bisogna aggiungere all’impasto un cucchiaio di maleppo macinato. È il seme che si trova dentro il nocciolo di un ciliegio selvatico che cresce in oriente. Ecco perché il pane pasquale della signora Balian era così speciale.
Sarah Zuhra Lukanic
 Articolo di Sarah Zuhra Lukanic, tratto dal blog di Internazionale, 12 febbraio 2010.

Creative Commons Licensearticolo soggetto a licenza Creative Commons

martedì 10 novembre 2009

Menù antirazzista #2: La società del moussakàs

Ecco qui un altro menù antirazzista di Helene Paraskeva tratto da Internazionale, questa volta si tratta di un parallelo tra l'amalgama di sapori della moussakàs e la ricchezza di una società multiculturale.
Helene Paraskeva è una scrittrice nata ad Atene. Vive a Roma dal 1975. Questa è la seconda puntata della sua serie Menù antirazzista.

Per descrivere i processi d’integrazione tra etnie i sociologi usano diverse metafore. Per esempio, la società statunitense, formata da immigrati provenienti da tutto il mondo in epoche diverse e assimilati a un modello culturale unico, era paragonata a un crogiolo, il famoso melting pot. Altri esperti usano la metafora culinaria della salad bowl, l’insalatiera con vari tipi di verdure che, condite insieme, hanno un sapore armonioso.
Anche il moussakàs, piatto completo dal sapore unico (anzi, epico), può essere paragonato a una società in evoluzione, che passa dal modello multiculturale a quello interculturale. Per la preparazione del moussakàs bisogna disporre in una teglia tre strati di cibi differenti, cucinati in maniera diversa. Il primo strato è di melanzane fritte, anche se alcuni usano le patate. Sopra, dopo una spolverata di parmigiano, si mette uno strato di ragù e infine, dopo un’altra spolverata di parmigiano, si aggiunge la besciamella.
Il moussakàs è multiculturale perché i suoi ingredienti vengono da diverse parti del mondo. La melanzana è d’origine asiatica, la patata proviene dagli altopiani andini, il pomodoro – che gli aztechi chiamavano tomatl – viene dall’America centrale, il parmigiano è italiano, la besciamella è una salsa raffinata d’ideazione francese e la carne macinata del ragù è la migliore, quella del luogo. L’olio di oliva non può che essere mediterraneo. Quando gli strati sono pronti, si mette tutto in forno per circa mezz’ora.
Oltre a essere multiculturale, il moussakàs è l’esempio concreto di una società interculturale. I suoi ingredienti non sono schiacciati, spremuti o pestati. I componenti di questa società comunicano tra loro senza perdere identità, pur essendo di origini diverse. Ogni ingrediente è insaporito dall’olio di oliva, che mette in relazione i diversi sapori e ne facilita la convivenza.
Si dice del moussakàs che diventa migliore il giorno dopo la cottura. L’interculturalità è un processo che ha bisogno di tempo per crescere e maturare. Ma, intanto, bisogna cominciare.
Helene Paraskeva

testo e immagine tratti da nuovi italiani in Internazionale.it
pubblicato su Internazionale n. 819, anno 16, 30 ottobre/5 novembre 2009
(grazie a Helene Paraskeva che ci ha dato la possibilità di pubblicare questo brano sul nostro blog)

Creative Commons Licensearticolo soggetto a licenza Creative Commons



Ovviamente non potevo che abbinare questa citazione alla ricetta della moussakàs (io l'ho preparata sia con le patate che con le melanzane, per non farmi mancare niente!).


Ingredienti (dosi ridotte, per circa 3-4 persone)

1 melanzana rotonda * 300g di patate * 1 cipolla tritata * 300g di carne macinata * 1/2 tazza di vino bianco * 1/2 tazza di olio extravergine d'oliva * 1 pomodoro maturo * prezzemolo tritato * sale & pepe * besciamella (1 cucchiaio di farina, sale & pepe, 1 tazza di latte, 1 cucchiaio di burro, un pizzico di noce moscata) * parmigiano.


Preparazione
0. Besciamella: Fondere il burro in un pentolino, unire la farina e mescolare bene con un cucchiaio di legno. Abbassare la fiamma al minimo e aggiungere lentamente il latte, continuando a mescolare. Lasciar addensare la salsa, continuando a mescolare e condire con sale, pepe e noce moscata.

1. Tagliate la melanzana a dischi e friggetela in olio caldo. Quindi disponete le fette su un po' di carta assorbene.

2. Lavate e nettate le patate, affettatele e friggetele leggermente.

3. Scaldate l'olio e rosolare la cipolla con la carne macinata. Bagnate con il vino e fatelo evaporare; quindi aggiungete il pomodoro tagliato a pezzi, il prezzemolo, sale e pepe e lasciate sobbollire per circa 15 minuti.


4. Stendete le patate in una teglia, conditele con sale e pepe e disponetevi del parmigiano grattato, la carne tritata e uno strato di melanzane.

5. Coprite con la besciamella e lasciate cuocere in forno a calore moderato per circa 30-40 minuti.




ricetta tratta (e riadattata) da "300 ricette tradizionali della cucina greca",
Atene Summer Dreams editions.

in english: I'm too lazy to translate the recipe in english.. but you can find a similar one in english here!

lunedì 9 novembre 2009

Svolta epocale

Era il 9 novembre 1989, il Muro di Berlino cadeva, dopo 28 anni: una svolta epocale. La caduta del muro aprì la strada alla riunificazione tedesca, che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990.

La divisione della Germania (e di Berlino), in quattro settori controllati e amministrati da Unione Sovietica, Stati Uniti d'America, Regno Unito e Francia, fu sancita nel 1945 dalla conferenza di Yalta.
Inizialmente ai cittadini di Berlino era permesso di circolare liberamente tra tutti i settori, ma con lo sviluppo della Guerra Fredda i movimenti vennero limitati; il confine tra Germania Est e Germania Ovest venne chiuso nel 1952. Per fermare la fuga dei cittadini di Berlino dalla dittatura, il regime comunista della Germania Est iniziò la costruzione di un muro attorno ai tre settori occidentali nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 a Berlino Est.

Durante il periodo di esistenza del muro vi furono circa 5000 tentativi di fuga coronati da successo verso Berlino Ovest. Nello stesso periodo varie fonti indicano in un numero compreso tra 192 e 239 i cittadini della Germania Est uccisi dalle guardie mentre tentavano di raggiungere l'ovest e molti altri feriti.

Il 9 novembre 1989, durante una conferenza stampa, Günter Schabowski, Membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR, annunciò che tutti i berlinesi dell’Est avrebbero potuto attraversare il confine con un appropriato permesso, ma non avendo ricevuto altre informazioni in merito, alla domanda del giornalista Riccardo Ehrman, che chiese da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore, Schabowski cercò inutilmente una risposta nella velina del Politburo, ma non avendo un'idea precisa, azzardò: "Per quanto ne so immediatamente".

Decine di migliaia di berlinesi dell’Est avendo visto l’annuncio di Schabowski in diretta alla televisione, si precipitarono in strada, inondando i checkpoint e chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine, sorprese, iniziarono a tempestare di telefonate i loro superiori, ma era ormai chiaro che non era più possibile rimandare indietro tale enorme folla vista la mancanza di equipaggiamenti atti a sedare un movimento di tali proporzioni. Furono allora costrette ad aprire i checkpoint e, visto il gran numero di berlinesi, nessun controllo sull’identità fu eseguito. Gli estasiati berlinesi dell’Est furono accolti in maniera festosa dai loro fratelli dell’Ovest, spontaneamente i bar vicini al muro iniziarono a offrire birra gratis per tutti. Il 9 novembre è quindi considerata la data della caduta del Muro festeggiata con il mega concerto di Roger Waters (ex bassista dei Pink Floyd) con l'esecuzione di The Wall dal vivo.


Nei giorni e settimane successive molte persone accorsero al muro per abbatterlo e staccarne dei souvenir: queste persone furono chiamate Mauerspechte (in tedesco significa letteralmente "picchi del muro"). Il 18 marzo 1990 furono tenute le prime e uniche libere elezioni della storia della Repubblica Democratica Tedesca; esse produssero un governo il cui principale mandato era quello di negoziare la fine stessa dello Stato che rappresentavano.



La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990 (questa è la data designata per il "Giorno della riunificazione"), quando i cinque stati federali (Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia), già esistenti nella Repubblica Democratica Tedesca ma aboliti e trasformati in Province, si ricostituirono e aderirono formalmente alla Repubblica Federale di Germania (Germania Ovest).

tratto da Wikipedia



Per celebrare l'anniversario della caduta del muro, vi invitiamo ad ascoltare questo bellissimo racconto di Andrea Camilleri intitolato L’uomo che aveva paura del genere umano, quasi una fiaba, che riesce benissimo a descrivere la stupidità dei muri (che purtroppo vengono ancora innalzati) e delle divisioni che essi rappresentano (e letto da lui è ancora più bello!).

Questo racconto fa parte di "un progetto internazionale della casa editrice Orecchio Acerbo, del Goethe-Institut e di numerosi istituti di cultura e partner in Italia e in Europa" che raccoglie (in un libro intitolato "1989") i racconti di 10 scrittori europei e le illustrazioni di Henning Wagenbreth contro "il tetro grigiore dei muri".
Sul sito si possono ascoltare (in lingua originale) la maggior parte delle storie, mentre sul Il Messaggero.it è pubblicato il racconto di Camilleri.


VerA&SiLviA

martedì 3 novembre 2009

Menù antirazzista: Mi offri un mezés?

Sfogliando Internazionale di questa settimana mi sono imbattuta in una nuova rubrica nella sezione nuovi italiani intitolata "Menù antirazzista" di Helene Paraskeva che ho trovato molto bella e interessante.

Helene Paraskeva (che ringrazio moltissimo per avermi dato la possibilità di ripubblicare la sua rubrica qui sul nostro blog) è una scrittrice nata ad Atene che vive a Roma da molti anni, nella breve biografia tratta dal suo sito si descrive, molto poeticamente, così:


"[...] Spesso mi smarrisco nei crocevia dell’identità migrante ma ogni volta scopro di poter recuperare una parte di me stessa raccontando storie. Sono storie di partenze, di approdi, di smarrimenti, di ritorni e ritrovamenti. Storie di viaggi diversi."


L'idea di questa rubrica è davvero bella: si tratta di metafore culinarie per parlare di integrazione. Cosa c'è di meglio per conoscersi che sedersi allo stesso tavolo e condividere sapori e profumi, scoprendo le nostre differenze e le radici che ci accomunano?

Ecco qui la prima portata del menù antirazzista che sono felice di poter riproporre anche ai lettori del nostro blog:


Menù antirazzista: Mi offri un mezés?

Helene Paraskeva è una scrittrice nata ad Atene. Vive a Roma dal 1975. Questa è la prima puntata della sua serie
Menù antirazzista.
Mezés è un gioco gastronomico e conviviale. Non si riferisce a un piatto in particolare, non è un pasto completo e non serve tanto a saziare quanto a socializzare e condividere.
Può essere una cosa semplice, come olive e formaggio, o più sofisticata, come gli involtini di pasta sfoglia con formaggio o carne, le foglie di vite ripiene di riso, le polpette o crocchette di carne o vegetariane. C’è anche il mezés di mare: pesciolini, calamari, crostacei fritti o cotti sulla brace, frutti di mare, polpi essiccati al sole e grigliati.
Secondo alcuni il termine mezés viene dalla parola greca misòs (mezzo), perché di solito si consuma lontano dai pasti principali. È un gesto d’ospitalità praticato fin dai tempi di Omero, che oggi è diventato di moda perché si adatta a uno stile di vita più veloce, curioso e attento alla qualità del cibo. Le sue caratteristiche principali sono la varietà, le porzioni ridotte e, a volte, anche la sorpresa.
Secondo un’ingegnosa definizione di ispirazione architettonica, la cucina italiana ha una struttura verticale mentre altre cucine si sviluppano orizzontalmente. E così i vari piatti di mezés si servono a tavola contemporaneamente. La condivisione dei piaceri della vista e dell’olfatto – prima ancora che del palato – scatena commenti e scambi di opinioni e ricordi. La vera finalità del mezés è stimolare l’appetito e l’allegria.
Come scrive Andrew Dalby in Siren feasts (una ricerca storica sulla gastronomia classica attraverso i testi antichi) in passato il mezés si chiamava pròpoma, cioè “prima del bere”, perché il vino si consumava prima del pasto. Supponiamo che un giorno, durante un pranzo in famiglia, arrivi un amico, un vicino di casa o un collega che, trovandoci a tavola, chiarisce imbarazzato che non è venuto per mangiare. L’usanza di offrire all’ospite improvviso un mezés allontana ogni disagio. Basta presentarlo con fantasia perché l’offerta è fatta a Giove, protettore dello straniero. In questo senso, l’ospite è “sacro”.
Al di là dei dogmi e delle differenze di pensiero, la condivisione del cibo è un concetto fondamentale per molte religioni. Che si oppone alla xenofobia. È l’accoglienza dello xenos, lo straniero, l’alieno, l’italieno.
Helene Paraskeva
testo e immagine tratti da nuovi italiani in Internazionale.it
pubblicato su
Internazionale n. 818, anno 16, 23/29 ottobre 2009


Creative Commons Licensearticolo soggetto a licenza Creative Commons


Approfitto di questo post per offrirvi un mezés a modo mio, a base di

Triangoli al formaggio (Tiropitakia)

Ingredienti

* 250g di feta * 10 sfoglie sottilissime (io ho usato della pasta sfoglia, ma forse la ricetta intende pasta fillo?) * 1 tazza di burro fuso * 2 uova un po' di menta tritata * un po' di pepe

Preparazione
Schiacciate la feta con una forchetta e unite le uova sbattute, la menta e il pepe. Tagliate le sfoglie in quadrati di circa 6cm di lato, spalmarle una ad una con il burro e mettete un po' di ripieno in un angolo di ciascuna. Richiudete le sfoglie a triangolo e disponetele in una teglia; cuocete a 200ºC per circa 20 minuti.


ricetta tratta da
"300 ricette tradizionali della cucina greca",
Atene Summer Dreams editions.


...e di un po' di stuzzichini greci che avevo preparato tempo fa:




giovedì 8 ottobre 2009

Due giorni d'estate a Madrid

Sono stata un weekend a Madrid: ci voleva un po' di vacanza, anche se forse è stata un po' troppo corta!...è comunque stata sufficiente per farmi respirare un po' di estate e staccare un po' dall'autunno svizzero, immergermi nei colori, nei sapori, nelle luci e nella vitalità della Spagna!


Non mi sembrava vero sentire il calore del sole, vedere la gente per strada fino a tardi...




...mangiare cose così buone (non mi capitava da un po' di essere così appagata da un peperone o da una fetta di prosciutto! ... certo che se in Italia mangiamo sempre la pasta, in Spagna sono fissati con le uova!),


capire una lingua che non ho mai studiato, condividere la mentalità delle persone che mi circondavano, i gusti e la cucina di un posto diverso e in fondo sentirmi un po' a casa...


...e rivedere Laura, dopo quasi due anni! Non sembrava fosse passato tanto tempo, sembrava ci fossimo viste fino al giorno prima! Passeggiare per la città insieme a lei, raccontandoci delle nostre vite che sono cambiate nel frattempo e vedere i suoi posti è stato ancora più bello!



Insomma una boccata d'aria per poter ricominciare con più energia!












SEGNALAZIONI: per chi si trova in Italia, e in particolare a Roma, i prossimi due sabati ci saranno due importanti manifestazioni:









* SABATO 10 Ottobre 2009:

Manifestazione nazionale
Liberi e eguali in dignità e diritti
per saperne di più potete andare qui.







* SABATO 17 Ottobre 2009:

Manifestazione nazionale
NO AL RAZZISMO.

qui potete trovarne il manifesto



giovedì 17 settembre 2009

Pesto cetarese "fai da te"

Oramai è tempo di smaltire il basilico... le temperature si stanno abbassando e prima che il basilico soffra troppo mi sono ripromessa di farne pesto o di usarlo in altri modi. Quest'anno il mio balcone ha potuto vantare un rigogliosissimo basilico messicano dalle foglie giganti (vedi foto!) proveniente direttamente dalla cascina di Luciana e Renato!


In cerca di un pesto originale mi sono imbattuta nel pesto alla cetarese descritto da Katia e, data la mia passione per le alici, ho deciso di provarlo subito. Purtroppo qui in Svizzera la colatura di alici non è facilmente reperibile, ma qualche settimana fa avevo fatto le acciughe sotto sale e il liquido che se ne ricava è qualcosa di molto simile, quindi ho deciso di utilizzare quello e fare una versione casalinga del pesto!


Ingredienti
* olio extravergine d'oliva
* basilico
* prezzemolo
* pinoli
* mandorle
* 1 spicchio d'aglio
* capperi
* olive verdi e nere
* peperoncino
* 1 o 2 cucchiai di colatura di alici


Preparazione (facilissima!)
Pestate nel mortaio (o frullate nel mixer) tutti gli ingredienti e aggiungete alla fine la colatura: un cucchiaio per volta, poi assaggiate ed eventualmente aggiungere un altro cucchiaio.

ricetta tratta da K-kitchen

* * * * * * *


Questo post è un po' vecchio, ma non lo avevo più pubblicato... qui ormai l'autunno è arrivato, le temperature sono scese, il cielo è grigio e tutto sembra rispecchiare l'inquietudine di questo brutto periodo, ma questo è un blog di cucina, ricette e appunti di momenti da ricordare, quindi non c'è posto per i pensieri cupi e l'angoscia.
Nei prossimi giorni pubblicherò qualche post che avevo lasciato indietro, come questo, ma forse mi ci vorrà un po' per riprendere il ritmo con il consueto entusiasmo. Cercherò di non lasciare troppo spazio vuoto, anzi adesso ho proprio bisogno di riempire tutto questo vuoto il più possibile.






martedì 18 agosto 2009

Pace e amore

Volevo appuntare qui sul blog un ricordo dedicato alla ragazza che ha amato l'America e soprattutto la pace...

“Questo è il mio quadrifoglio, quello che dovrebbe portare fortuna a tutti per tutto, ma io vorrei che portasse fortuna almeno per l’amore, che è la cosa più importante di tutto, perché se c’è l’amore si può parlare e capire e allora sciogliere le guerre come brutte bolle di sapone, e lasciare soltanto belle dolci lucenti bolle di sapone iridescenti di speranze, di attese, di sogni, le bolle fragilissime che permettono di vivere, finché un respiro sbagliato le frantuma, e vivere diventa così, così, così difficile”.
da I miei quadrifogli di Fernanda Pivano (Frassinelli 2000)



(immagine tratta da fernandapivano.it)


sabato 4 luglio 2009

È passato un altro anno!

Mi sembra ieri quando ho annotato sul blog che era passato un anno dal nostro trasloco in Svizzera... e invece ne è già trascorso un altro!

Tante cose sono cambiate in questo tempo e, prima di tutto, il mio rapporto con questa piccola strana nazione, aperta e moderna per certi aspetti e molto provinciale per altri.

In questi due anni ho conosciuto un sacco di persone da ogni parte del mondo. Ogni mattina in tram sento parlare decine di lingue diverse, a volte mescolate assieme nello stesso discorso; per strada ci sono tanti bambini figli di razze e culture lontane, ma che in fondo sono proprio come i bambini svizzeri. Tutti qui sanno parlare almeno due lingue, anche i più anziani e capita spesso che attacchino bottone per strada o sui mezzi pubblici, anche con noi stranieri.



Tutto funziona benissimo, tutto è sempre sotto controllo, anche troppo... a volte si sente quasi la mancanza dell'imprevisto! La gente è molto civile ed educata, ripettosa di quello che è di tutti. È un popolo che ama molto il proprio paese e la natura e per questo cerca di valorizzarli e rispettarli al massimo.

Nonostante ciò, a volte la Svizzera sembra essere una grande provincia, in cui la gente parla in dialetto, anche alla radio e in cui chi vive a Zurigo considera molto diversi gli abitanti di Basilea e viceversa. Qui sui giornali le notizie locali spesso meritano grandi titoloni che fanno un po' sorridere e non c'è giorno in cui nella pagina sportiva non si parli di Federer, ormai incontrastato eroe nazionale.
Tutti sono molto patriottici e mettono bandierine rosse e bianche dappertutto, anche sugli oggetti più improbabili. È un paese strano, controverso, a volte contradditorio, che va capito.

Il mio primo impatto non è stato dei più felici, anche a causa della burocrazia invadente, della poca familiarità con mentalità della gente e del clima per lo più freddo e piovoso anche durante tutta l'estate!

Adesso, dopo due anni, credo di aver imparato ad apprezzare questo piccolo strano paese e la sua gente seria e ordinata, ma anche un po' pazza.
Dürrenmatt in un suo racconto parla di un commissario svizzero che ha uno stanzino accanto all'ufficio completamente in disordine e commenta:
"Regnava sempre un disordine spaventoso in quella stanza, non voglio negarlo; libri e pratiche ammucchiati alla rinfusa, per principio si capisce, perché sono dell'opinione che in questo Stato così ordinato ciascuno ha il dovere di crearsi delle piccole isole di disordine, sia pure di nascosto." [F. Dürrenmatt, La promessa (das Versprechen), traduzione di S. Daniele, Einaudi editore]

Credo che questo rispecchi molto la Svizzera, ordinata e pulita, ma in fondo mai banale, sempre con un lato creativo e un po' sopra le righe!

Per festeggiare i miei primi due anni nella patria del cioccolato e la mia faticosamente conquistata armonia con essa, allego al post qualche foto delle splendide colline attorno al mio paese... Qui quando c'è il sole i colori sono bellissimi e sembra un po' di passeggiare in un quadro di Van Gogh...















giovedì 21 maggio 2009

Mille papaveri rossi e... un bicchiere di vino

Oggi qui è vacanza ed è anche una bellissima giornata, quindi sono stata fuori a fare una passeggiata...


... fra i campi di papaveri...

papaveri a Wettingen, 21 Maggio 2009. © Silvia


Quindi approfitto di questo post "vacanziero" per copiare sul blog un'altra poesia di Pablo Neruda dedicata ai piaceri del palato:

piazza delle Erbe (Padova) in un bicchiere. 20 Maggio 2007. © SiLviA




Oda al vino

Vino color de día,

vino color de noche,
vino con pies de púrpura
o sangre de topacio,
vino,
estrellado hijo
de la tierra,
vino, liso
como una espada de oro,
suave
como un desordenado terciopelo,
vino encaracolado
y suspendido,
amoroso,
marino,
nunca has cabido en una copa,
en un canto, en un hombre,
coral, gregario eres,
y cuando menos, mutuo.

A veces
te nutres de recuerdos
mortales,
en tu ola
vamos de tumba en tumba,
picapedrero de sepulcro helado,
y lloramos
lágrimas transitorias,
pero
tu hermoso
traje de primavera
es diferente,
el corazón sube a las ramas,
el viento mueve el día,
nada queda
dentro de tu alma inmóvil.
El vino
mueve la primavera,
crece como una planta la alegría,
caen muros,
peñascos,
se cierran los abismos,
nace el canto.
Oh tú, jarra de vino, en el desierto
con la sabrosa que amo,
dijo el viejo poeta.
Que el cántaro de vino
al beso del amor sume su beso.

Amor mio, de pronto
tu cadera
es la curva colmada
de la copa,
tu pecho es el racimo,
la luz del alcohol tu cabellera,
las uvas tus pezones,
tu ombligo sello puro
estampado en tu vientre de vasija,
y tu amor la cascada
de vino inextinguible,
la claridad que cae en mis sentidos,
el esplendor terrestre de la vida.

Pero no sólo amor,
beso quemante
o corazón quemado
eres, vino de vida,
sino
amistad de los seres, transparencia,
coro de disciplina,
abundancia de flores.
Amo sobre una mesa,
cuando se habla,
la luz de una botella
de inteligente vino.
Que lo beban,
que recuerden en cada
gota de oro
o copa de topacio
o cuchara de púrpura
que trabajó el otoño
hasta llenar de vino las vasijas
y aprenda el hombre oscuro,
en el ceremonial de su negocio,
a recordar la tierra y sus deberes,
a propagar el cántico del fruto.
Ode al vino

Vino color del giorno,
vino color della notte,
vino con piedi di porpora
o sangue di topazio,
vino,
stellato figlio
della terra,
vino, liscio
come una spada d’oro,
morbido
come un disordinato velluto,
vino inchiocciolato
e sospeso,
amoroso,
marino,
non sei mai presente in una sola coppa,
in un canto, in un uomo,
sei corale, gregario,
e, quanto meno, scambievole.

A volte
ti nutri di ricordi
mortali,
sulla tua onda
andiamo di tomba in tomba,
tagliapietre del sepolcro gelato,
e piangiamo
lacrime passeggere,
ma
il tuo bel
vestito di primavera
è diverso,
il cuore monta ai rami,
il vento muove il giorno,
nulla rimane
nella tua anima immobile.
Il vino
muove la primavera,
cresce come una pianta di allegria,
cadono muri,
rocce,
si chiudono gli abissi,
nasce il canto.
Oh, tu, caraffa di vino, nel deserto
con la bella che amo,
disse il vecchio poeta.
Che la brocca di vino
al bacio dell’amore aggiunga il suo bacio

Amor mio, d’improvviso
il tuo fianco
è la curva colma
della coppa
il tuo petto è il grappolo,
la luce dell’alcol la tua chioma,
le uve i tuoi capezzoli,
il tuo ombelico sigillo puro
impresso sul tuo ventre di anfora,
e il tuo amore la cascata
di vino inestinguibile,
la chiarità che cade sui miei sensi,
lo splendore terrestre della vita.

Ma non soltanto amore,
bacio bruciante
e cuore bruciato,
tu sei, vino di vita,
ma
amicizia degli esseri, trasparenza,
coro di disciplina,
abbondanza di fiori.
Amo sulla tavola,
quando si conversa,
la luce di una bottiglia
di intelligente vino.
Lo bevano;
ricordino in ogni
goccia d’oro
o coppa di topazio
o cucchiaio di porpora
che l’autunno lavorò
fino a riempire di vino le anfore,
e impari l’uomo oscuro,
nel cerimoniale del suo lavoro,
e ricordare la terra e i suoi doveri,
a diffondere il cantico del frutto.


Pablo Neruda
Ode al vino e altre odi elementari
Traduzione di Giovanni Battista De Cesare





sabato 16 maggio 2009

Pizzette alle sardine

Giorni fa mi è capitato di sentire Andrea Camilleri citare questa frase di Leonardo Sciascia (entrambi scrittori che leggo molto) che mi ha davvero molto colpito per la sua sconvolgente e amara attualità, nonostante sia stata scritta nel 1978. Così ho deciso di copiarla anche qui sul blog che è un po' ricettario e un po' diario:

[...] che cos' è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell'odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità. Sembra.

Leonardo Sciascia, 4 novembre 1978



Per addolcire un po' il tono del post, passo subito alla ricetta. Sabato scorso, cercando di svelare il mistero delle sardelle-sardine-sardoni, mi sono imbattuta in questo sito di ricette istriane e ho trovato un sacco di idee interessanti (anche se a volte non tradotte perfettamente in italiano). Ho deciso di provare subito queste pizzette di sardine, come una variante alla mia pizza domenicale. Ho seguito la ricetta, ma ho sostituito la pasta della pizza fatta in casa alla pasta sfoglia.


Ingredienti
* pasta per la pizza (per prepararla trovate la ricetta qui, aggiungendo mezzo cucchiaino di miele al lievito, un trucchetto che ho scoperto qui)
* 1 scatola di sardine
* formaggio grattuggiato (io ho usato il pecorino)
* salsa di pomodoro
* 1 cucchiaino di origano (ho messo anche un po' di timo della mia piantina)


Preparazione
1 Spianate la pasta con uno spessore di mezzo centimetro. Con un bicchiere infarinato formate dei cerchi di pasta.

2 Su ognuno spalmate la salsa di pomodoro e aggiungete dei pezzettini di sardine pulite (dalle squame e dalla lisca). Aggiungete formaggio grattugiato e l'origano.

3 Ponete le pizzette così preparate su una teglia oliata o ricoperta di carta da forno e infornate. Lasciate in forno, alla temperatura a 200º per circa 15 minuti.


la ricetta è tratta (e modificata) da istrianet.org.









sabato 7 febbraio 2009

oggi cucina chiusa per indignazione...

Stare a casa con il mal di schiena (e tanti pensieri malinconici), a leggere le notizie che si susseguono sui giornali, mi sta davvero devastando.
Abitualmente ci occupiamo solo di cucina in questo blog, ma l'indignazione che provo davanti a queste pagine mi fa passare ogni desiderio di mettermi ai fornelli e di mangiare.
Non posso descrivere la tempesta di pensieri e sentimenti che passano per la mia mente ed inoltre voglio rispettare la volontà (che quasi nessuno ha rispettato) delle persone coinvolte in questa terribile vicenda umana, di stendere un velo di silenzio.

Quindi in questa giornata di "digiuno virtuale" in cui mi sento così offesa come cittadina, e così impotente davanti alle gravi ingiustizie e prevaricazioni di cui è vittima la nostra sgangherata democrazia (e purtroppo non soltanto lei), mi limito a segnalare, per quanto possa servire, questo appello di Libertà e Giustizia pubblicato sul sito Repubblica.it per la difesa della democrazia...


... e a ringraziare Lo per il suo post che in qualche modo è riuscito a dar voce anche ai miei pensieri.

SiLviA

Ho già scritto a commento del post di Lo quello che provo, anche se in poche frasi non si può rendere un tumulto di sentimenti così forti: indignazione, rabbia, offesa, turbamento, pietà, disperazione... io come donna, come figlia, come sorella, come amica, e come medico, non posso che esprimere tutta la mia solidarietà e il mio rispetto profondo al papà di Eluana ed ai colleghi che hanno risposto al suo appello.

Nella speranza che le nostre parole non si perdano nel vuoto di una società e di una classe politica senza coscienza...

VerA

P.S. Vorremmo infine, sempre su suggerimento di Lo, far da cassa di risonanza a questa iniziativa di Fiordisale. Aderiamo numerosi!!!

... come mai la Chiesa non trova niente di stridente con la carità cristiana in questa nuova proposta del Governo???...

giovedì 5 giugno 2008

La sconfitta della lingua

Ho letto su "Internazionale" della scorsa settimana (http://www.internazionale.it, un settimanale che ho conosciuto grazie a Giovanna e che raccoglie articoli di molti giornali del mondo tradotti in Italiano, secondo me molto interessante) questo articoletto nella rubrica "Italieni" in cui scrivono stranieri che vivono in Italia da molto tempo o figli di stranieri nati in Italia, insomma i cosiddetti nuovi italiani. Siccome lo trovo molto bello (e tristemente vero), volevo farlo leggere anche a voi. Buona giornata!

Silvia
PS: scusa Gio' se ti tolgo il gusto di leggerlo...



La sconfitta della lingua

TAHAR LAMRI
Non so che ne pensa il professor Tullio De Mauro, ma a me sembra che la più grande sconfitta delle ultime elezioni l'abbia subita la lingua. In questi vent'anni passati in Italia, man mano che imparavo e perfezionavo la conoscenza dell'italiano avevo l'impressione di assistere al suo declino. E il declino di una lingua è l'anticamera dell'imbarbarimento della politica. Per alcuni l'ultima campagna elettorale è stata pacata, mite e civile, per altri noiosa. Secondo me, invece, è stata essenzialmente una veglia funebre per la morte della lingua. Quando le parole non significano più nulla, non possono raggiungere chi ci ascolta: si infrangono contro le persone, senza tornare indietro per una seconda elaborazione o ridefinizione. I discorsi da bar hanno abbandonato i bar e si sono trasferiti in bocca all'esperto ovviologo di turno, che si limita a confermare quello che tutti pensano o, peggio, dicono. Due giorni dopo il mio arrivo in Italia, mentre aspettavo l'autobus, un signore mi ha chiesto qualcosa. Dato che non parlavo ancora italiano, non ho potuto rispondere. Per nulla scoraggiato dal mio mutismo, il signore si è avvicinato, mi ha preso la mano e ha consultato il mio orologio, dandomi il più bel benvenuto che si possa dare a uno straniero: toccarlo. Qualche anno dopo una vicina, che aveva incontrato a casa mia un senegalese, ha detto: "Oggi ho visto un nero, ma talmente nero che aveva perfino le pieghe del collo nere". Era la prima volta che vedeva un nero, e con quella frase stava raccontando la sua storia di bracciante, abituata a vedere i contadini che si abbronzavano ma non nelle pieghe del collo. La mia vicina aveva le parole per raccontare se stessa e la diversità.Vedeva che quel signore senegalese era intimamente diverso da lei, ma non le faceva paura, perché sapeva riconoscere quell'alterità. Un anno dopo, nel 1991, ho sentito l'allora presidente dell'Enimont, Raul Gardini, che affermava: "Io non sono un voltagabbana". All'epoca, quando in Italia essere un voltagabbana era ancora una cosa grave, la televisione osava trasmettere espressioni del genere. Ora sarebbero considerate sovversive. La conseguenza peggiore della sconfitta della lingua è quella che chiamerei orizzontalizzazione del conflitto: non c'è più un linguaggio legato alla rivendicazione dei diritti, quel dare del "tu" al potente di turno, padrone di casa o datore di lavoro che sia. C'è solo un senso di soffocamento provocato dal vicino, acui ci si rivolge con i sassi in bocca. Nel 1921 i braccianti di Mezzano, nel ravennate, si ritrovarono con alcuni milioni di guadagni da spendere. Avrebbero potuto comprarci da mangiare – la fame era tanta – o costruire delle case. Invece preferirono creare un teatro sociale: il luogo del linguaggio e delle parole. È questa l'Italia di cui sono perdutamente innamorato. Quella di oggi somiglia sempre di più a un altro paese.

TAHAR LAMRI è nato in Algeria nel 1958 e vive in Italia dal 1987. Autore di diversi spettacoli teatrali, ha scritto I sessanta nomi dell'amore (Traccediverse 2007).




da Internazionale (23/29 maggio 2008) n. 745, pagina 29, nella rubrica "Italieni"

Creative Commons Licensearticolo soggetto a licenza Creative Commons
 

Le foto invece sono mie (Trieste e Milano)


Grazie alla redazione di Internazionale che ha risposto alla mia mail dandomi il permesso di pubblicare questo articolo!
Silvia

domenica 25 maggio 2008

Voci, Kostantinos Kavafis

Voci ideali e care
di quelli che morirono, di quelli
che per noi sono persi come i morti.

Talora esse ci parlano nei sogni,
e le sente talora tra i pensieri la mente.

Col loro suono, un attimo ritornano
suoni su dalla prima poesia della vita -
come musica, a notte, che lontanando muore.

sabato 3 maggio 2008

Itaca, Kostantinos Kavafis

Questa poesia mi piace molto e mi sembra anche molto adatta a questo periodo in cui si parla tanto di viaggi, di partenze e di futuro. Ci sono molto affezionata anche perche', in una delle tante stanze che ho cambiato in questi anni, avevo trovato un poster di questa poesia lasciato da qualcuno sopra un vecchio armadio... mi è sembrato un bel segno di benvenuto e da allora me lo sono sempre portato dietro e l'ho appeso in tutte le altre case in cui sono andata ad abitare. Quindi mi sembra giusto dedicarle uno spazietto anche sul nostro blog e spero che possa anche essere di buon auspicio anche per te, Vera, per tutte le tue difficili decisioni di questo periodo!

SiLviA

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d'incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d'ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.



Sempre devi avere in mente Itaca
- raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.


i più cucinati della settimana

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ipse dixit...

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  • non ti curar di lor, ma guarda e passa (dante alighieri)
  • the most important thing is to enjoy life - to be happy - that's all that matters (Audrey Hepburn)
  • ho imparato tante cose qui... non solo a cucinare, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare... (dal film Sabrina)
  • ergastolo in vita! ai lavori "sforzati"! (zia laura)
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gocce di rugiada

  • one step at the time
  • siamo qua tre giorni con ieri l'altro
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  • chi semina raccoglie
  • chi si ferma è perduto
  • tutto il mondo è paese
  • meglio soli che male accompagnati
  • meglio tardi che mai...
  • aiutati che il ciel t'aiuta
  • finché c'è vita c'è speranza
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  • via il dente, via il dolore!
  • chi si accontenta, gode!
  • sursum corda!